Un fascio di luce entra dalla finestra, mi giro e mi rigiro, mi copro e mi riscopro, la coperta mi si arrotola alle gambe, le lenzuola pure, mi divincolo, provo a respingerla ma un’altra notte se n’é già andata.

Io il mattino lo odio. Odio la sua luce, il suo ardire, la sua perentoria ostinazione a colorare cose e persone che nemmeno conosce. Il mattino è l’arrivo, non la partenza: è l’arrivo di una speranza sognata tutta la notte.

Mentre sbadiglio e mi sento strappare i polmoni, un pensiero corre a impressionare la mia pelle, a modellarla come un pesce: un pensiero felice. Un attimo morbido come un cuscino mi riempie il cuore di gioia. Questa notte penso, devo aver fatto un bel sogno, peccato che non me lo ricordo, ma è comunque bello alzarsi con questa sensazione. Accanto a me un corpo di donna dorme ancora, è bella e gradevole, ma non voglio ricordarmi il suo volto, non ancora. E’ domenica, voglio andare a volare.

E io volo, con ali di farfalla, leggero come un respiro, tra quei ricordi ancora scintillanti. Guardo la scrivania di fronte a me e con le mani  mi allungo e provo a toccare la mia cristalleria pesante. Sempre presente, sul tavolo come dentro l’armadio, dentro il cassetto come fuori dalla finestra, in cucina come nel salotto, nel mare come nel fiume lei è sempre con me. Attorcigliata alla mia anima come l’edera al biancospino.

Mi alzo per spolverarla, alla finestra.

Fuori c’è già confusione, fa freddo, le biciclette ringhiano sui marciapiedi, le macchine sembrano ancora più confuse dei loro passeggeri e le strade incredule fanno da scenario alla malinconia, alla delusione, alla solitudine. Qualcuno mi vede affacciato alla finestra, mi osserva e poi continua per la sua direzione.

Per qualche minuto mi soffermo a guardare la città, non mi capita quasi mai. Come tutti sono cosi preso a viverla, a percorrerla, che non mi sembra nemmeno di esserne un abitante. Da quassù mi sento come un estraneo. Mi giro per vedere se la mia donna dorme ancora. Si, è sempre affogata nei suoi cuscini!

Al sorgere della luce, nel trasparente bagliore del vetro, il riflesso di un viso mal definito.

Oggi come ogni mattina ti ritrovo, sempre uguale, trucchi lievi d’angelo e gote d’albicocca.

Movimenti, suoni e frastuoni poi mi confondono, non riesco a concentrarmi, non più, pochi secondi son sufficienti e il vetro non si riempie più di sole.”

 

Chiudo la tenda e ritorno da lei, chissà chi sarà, mi chiedo…o forse lo so, ma è curioso scoprire chi ci sia stato nel letto con te, dopo una notte di bei sogni. Chissà se questa notte ci siamo amati veramente? 

Tra un momento la sveglio, speriamo che anche lei abbia sognato come me, cosi porto anche lei a volare.

Mi chiamo Alamo, come forte-Alamo, ma non sono forte, sono debole. Come un poeta mai amato, un insicuro che ha bisogno di traguardi, di malinconie da esplorare, di velieri da condurre e di mari da navigare. Scrivo poesie sdolcinate, scrivo perché sento ardere dentro un fuoco infinito, quando mi annoio scatto fotografie di persone che non conosco, me ne chiedo i motivi, le cause, ma non trovo risposte e non riesco a spiegarlo.

“Mi ero perso come un fanciullo in un bosco fitto, denso di paure, senza vedere più la luna e il mare. Mi ero perso e mi sono ritrovato, sereno, beato.”

Ritorno in camera, mi avvicino al letto e il cuore sento che comincia a battere forte. Scosto delicatamente le lenzuola e vedo una donna che dorme dolcemente, senza trucco e con i capelli lunghi. La sua pelle bianca contrastava qualche neo qua sulle gote ed il collo e dalle lenzuola si sentiva il suo profumo delicato. Il cuore riprese a battere tranquillamente a ritmo dei giorni sereni e dei miei umori più tranquilli.

“Io sono la notte, lei le stelle che la illumina e la luna che l’ammorbidisce.

Io sono il cielo, lei la farfalla che lo balla, e il sole e le nuvole che lo colora.

Lei è la bufera e io il vento che la segue e l’avvolge e gli porge tutto ciò che trovo.

Lei brilla e strabilia, poi strilla e io la sogno bella,

con la pelle di latte e cioccolata, avvolta in lenzuola di vaniglia.

Volevo scoprire ancora di più il suo viso per capire chi avevo di fronte. I capelli leggermente mossi e i cuscini le coprivano i lineamenti. Cosa faccio? La accarezzo dolcemente le guance o faccio finta di andare in cucina e da laggiù la chiamo? Già! Ma come si chiama? Oh mio Dio, come si chiama? 

Mi scosto dal letto e adagio mi allontano. Comincio a pensare: dove sono i suoi abiti, forse ha la patente o una carta d’identità? All’istante mi guardo intorno, giro intorno al letto, ma sulla seggiola accanto al suo comodino non c’è nulla. Guardo in basso per terra e trovo le sue mutandine con il reggiseno, un metro più in la una scarpa nera con i tacchi, ma chi è questa qui mi chiedo? Io una donna con i tacchi a spillo manco la conosco..! Mi alzo e mi accorgo che mi è rimasto il suo reggiseno in mano, lo guardo, incuriosito: è di pizzo rosa, è morbido e sembra di una taglia piccola. Con passo felpato esco di camera e vado verso la cucina. Passo la soglia della porta, volto a destra e per terra vedo un posacenere pieno di sigarette e poco distante alcune bottiglie di birra. Io di solito non bevo birra e non fumo e allora mi chiedo: ma ha fumato e bevuto tutto da sola o l’ho aiutata anch’io? 

Odio quando non mi ricordo le cose, mi succede spesso, a scuola per esempio fin dall’infanzia ho avuto problemi con lo studio delle poesie oppure dimenticavo il posto dove avevo chiuso la bicicletta. Quando adesso mi presentano una ragazza, un attimo dopo il suo nome è già un mistero, ho amici che si ricordano tutti i numeri telefonici, le targhe delle auto e tutti i nomi delle persone di mezza città e io faccio fatica a ricordarmi il numero civico di casa mia.

Insomma prendo il posacenere e le bottiglie e mi avvio verso la cucina. La radio è rimasta accesa, ma tutto sembra in ordine. Mi faccio subito un caffè alla moka perché sono il tipo che appena si alza deve fare immediatamente colazione. Intanto continuo a ripensare al nome che non ricordo e da seduto comincio ad indagare sul posizionamento dei suoi abiti e della sua borsa. A passo svelto raggiungo la sala e da lontano scorgo la seconda scarpa nera con i tacchi, le mie mutande bianche sbiadite dai molti lavaggi e i suoi collant color fumé intrecciati insieme alle mie calze nere. Per terra patatine, noccioline, gusci di noci mezzi pieni e mezzi vuoti.

“Tutto era fermo e  noi soli tra tutto, smarriti nei nostri desideri. Una fiamma ballerina danzava con le nostre forme e splendeva una stanza di sorrisi. Quasi un giorno senza notte e senza tempo e pensieri di soli noi.”

Finalmente trovo quella che ipotizzo sia la sua giacca, a dire la verità poteva anche essere la mia ma chi se lo ricordava? Frugo nelle tasche ma non trovo assolutamente niente, neanche cento lire. Poi penso: gli uomini tengono il portafogli nel cappotto, le donne no! Una donna tiene le sue cose in una borsa, e una ragazza che porta le scarpe con i tacchi a spillo deve averne per forza una, magari piccolissima, ma deve averla! Comincio a frugare a destra e a manca, la trovo sotto la mia canottiera bianca a coste della Lacoste. La apro e incredibilmente trovo i suoi documenti.

Sto per aprire la carta d’identità quando sento fare: Alamo, Alamo dove sei? Vieni a darmi un bacio! Un secondo e la borsetta era già richiusa e sotto la mia canotta a coste della Lacoste. Arrivo … gli rispondo, solo un attimo e arrivo! E ora che faccio? Mi chiesi: vado li e gli do un bacio; la saluto dolcemente e niente più; gli faccio un po di coccole e gli dico quanto è stata romantica questa notte… Ma un tratto sentii: Dai vieni da me, ti devo dire una cosa! Si arrivo, gli rispondo. Stai calmina però, pensai tra me e me. Sapete quando i vostri passi sono cosi pesanti e lenti, tipo quando dovete entrare dal dentista o rivedere la vostra ex fidanzata che avete lasciato perchè vi urlava sempre dietro le orecchie, sapete quando l’ossigeno non c’è più, tipo sulla vetta del Sestriere con aria rarefatta? Forse lo sapete. Non volevo andarci, volevo  rimandare di un paio di minuti, volevo del tempo per riflettere, volevo…. volevo…  non volevo… ma l’inconscio mi aveva già fatto arrivare alla soglia della camera. Ciao … lei mi guarda … ciao … io la guardo. Alamo ma che fai, ti senti male? Mi dice lei. Io non sapevo che dire, ero imbambolato, come seduto su una seggiola invisibile con lo sguardo rivolto alle nuvole. Sono Alamo certo, ma non sono forte, sono debole. 

No, gli rispondo, non mi sento male è che…..Vieni qua, mi dice interrompendomi, abbracciami e portami a volare. A volare, mi chiesi??? Nella morsa delle mie idee confuse, una falce divina mi amputò l’inibizione e la timidezza. A volare, gli dissi, ma che sei matta, a quest’ora si dorme, al massimo se vuoi, ti butto giù dalla finestra, poi vedi come voli! Lei non mi rispose, si girò su di un fianco e riprese a sonnecchiare.

Certe volte credo di essere simpatico, ma non lo sono. Altre volte mi sento come una foglia impazzita nel vento, roteante nei miei cerchi di niente, un po per aria un po per terra, un po a sinistra e un po a destra. 

“Piangere con la rugiada, riscaldarsi al sole tutte insieme: sarei una foglia nelle albe e nei tramonti, nell’ombra e nelle tempeste. Vorrei essere una foglia anche dopo morta, accartocciata, spazzata dal vento per rinascere dove capita.”

Grazie… sento mugugnare dalle lenzuola. Prego…gli risposi. Mi voltai e mezzo sorridente me ne andai in bagno.

Lei si chiama Alessia, è alta e con le caviglie fini, è una scultrice ed è bella. E’ la mia donna da 48 ore, mi ha già detto che gli piaccio, che sono dolcissimo e sensibile e che vorrebbe presto un cassetto per metterci le sue mutandine. Io non sono per definizione un “maschio” con la “m” maiuscola, o almeno non mi vedo come un rubacuori, uno sciupa femmine determinato. Però lei è bella e allegra, come non avrei mai sperato. E belli sono stati questi due giorni passati con lei. Ora tutto mi tornava a mente, la pellicola dei ricordi si era rimessa in moto e come in un film riassaporo i momenti dall’inizio alla fine. 

L’ ho conosciuta due giorni fa a una festa di amici, non avevo nemmeno notato quanto lei fosse interessata a me: è stato un amico a presentarci. Ci siamo rimasti subito simpatici, abbiamo cominciato a parlare, poi a bere un prosecco, poi due, poi tre, poi ha voluto vedere il mio mappamondo che si illumina a casa mia, poi ha insistito per bere una birra, poi mi ha baciato….

Quel bacio me lo ricordo bene, in questo momento più delle altre cose perchè sapeva di fragola: stava succhiando una caramella colorata e appena percepii le sue labbra turgide e calde, una fitta dietro la schiena mi prese il respiro. Le sue mani mi toccavano i capelli e il collo lentamente, come piace a me. Il suo è stato un bacio che sapeva d’oblio, tenero e provocante, profumato e confortante. Un bacio senza furia emotiva, liberatorio, prolungato come se veramente gli piacesse, come se anche lei stesse pensando le stesse cose che provavo io. Poi sorrideva, un bacio sulle labbra e ri-sorrideva, una battuta vecchia di trent’anni e un’altro bacio, una sigaretta fumata insieme e via i pantaloni …

Ho conforto delle donne che mi sorridono, più di quelle che ridono di tutto e sguaiatamente, perché sono un ragazzo e non sono un comico, nei momenti di condivisione ho bisogno di essere provocato e di provocare, di sentirmi coinvolto e di coinvolgere.

Quando gli misi la mano dentro la camicetta lo feci con assoluta naturalezza, lei era con la testa appoggiata sopra le mie gambe e  i capelli biondi, lunghi e lisci coprivano tutto il cuscino sotto di lei. Appena gli toccai il seno sorrise e chiuse gli occhi, gentilmente, come per ricevermi, a casa sua.

E’ bello quando tutto è al suo posto, quando la musica è quella giusta, quando sai di aver azzeccato i gradi ottimali della stanza, quando ti senti che, qualsiasi cosa farai, lei ti sorriderà e ti farà sentire l’uomo più fortunato del mondo.

Le sue mani cominciarono a muoversi sul mio corpo come un gioco, come una sorta d’avventura e di mistero, sapevo che non si sarebbe più fermata, sapevo che un bacio e un sorriso per quella notte non gli sarebbero bastati.

Dentro un bar avevo trovato la ragazza giusta, ero contento e le mie debolezze, le mie paure di sempre scomparvero come d’incanto e sul tavolo di fronte a me la mia cristalleria pesante cominciò ad accettare un pò di polvere, cosi … tanto per farmi un favore, anche lei stanca di essere sempre ben splendente e visibile a tutti.

 

scritto senza alcuna pretesa di essere compreso nell’inverno del 1998.

Antonio Coltelli

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